La minirecensione: Hunger Games

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Mai e poi mai mi sarei aspettato di scrivere un articolo, seppur breve, su Hunger Games. Il mio interesse per il titolo era pari a zero ma dato che in tv non c’era niente di meglio e che Jennifer Lawrence ci è simpatica mi son detto: perchè no? E ne sono rimasto piacevolmente sopreso. Ammetto che ero un pò prevenuto nei confronti di questo film, come tanti lo pensavo una sorta di Battle Royale per ragazzine stile Twilight. (Nota: Battle Royale è un romanzo giapponese del 2000 scritto da Koushun Takami da cui sono stati tratti una serie manga e un film). Nel vederlo però mi son reso contro che definirlo una brutta copia di Battle Royale per ragazzine è solo ingiusto, così come è ingiusto accostarlo ad un Twilight qualsiasi. È  abbastanza chiaro che Hunger Games sia molto debitore a Battle Royale, l’idea di base è la stessa ma le similitudini iniziano e finiscono qui, a partire dal target cui si rivolge ovvero i teenager e non un pubblico più adulto. È  anche vero che Battle Royale non ha l’esclusiva del tema, basti pensare ai gladiatori dell’antica Roma, percui mettiamoci il cuore in pace. A differenza di Battle Royale, dove ci si concentra maggiormente sull’aspetto politico del gioco mortale, Hunger Games nasconde neanche tanto velatamente una critica alla società odierna schiava dei realitty show, dopotutto gli Hunger Games sono proprio un reality fatto per divertire il pubblico (e tenere a bada il popolo ok ma la politica, almeno in questo primo film, è proprio toccata di striscio, sicuramente nel romanzo è più presente), dove l’immagine e la simpatia verso lo spettatore sono tutto, pur di far presa si rinuncia alla realtà in favore dello show.
Forse un pò più convincente nella prima parte riguardante la preparazione dei concorrenti al gioco con l’addestramento e una preparazione estetica con tanto di sfilata e interviste per far presa sugli sponsor e il pubblico. In questa parte si evidenzia anche il contrasto tra ricchi dagli abiti vistosi, spesso bizzarri e dai colori accesi e i poveri dal look totalmente anonimo.
è abbastanza evidente anche per chi non ha letto il libro che nella seconda parte del film, con il gioco vero e proprio, diverse cose siano state trattate con superficialità: l’amicizia di Katniss con Rue (scommetto che nel romanzo Katniss vede in lei una sorta di proiezione della propria sorella), le rivolte conseguenti alla morte di Rue, ma soprattutto ancora non trova spiegazione plausibile come abbia fatto Peeta (Josh Hutcherson, il ragazzino di Un ponte per Terabithia, lo so con questo mascellone squadrato non sembra lui) ad arrivare alla fine!
Un pò banale la storia d’amore che pare quasi inserita a forza ma bisogna ammettere che i risvolti di tale storia sono l’esempio perfetto di quella finzione nascosta dietro ai reality pur di fare audience.
Indubbiamente non ci troviamo di fronte ad un capolavoro ma che benvengano film o romanzi del genere che permettano ai ragazzi anche di riflettere.

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