Stranger Things – La minirecensione

strangerthingsposterStranger Things qua, Stranger Things là, e alla fine ci siamo cascati pure noi (un paio di settimane fa ormai). Non pensate che oggi nell’era di internet il termine capolavoro sia un tantinello abusato? Per l’utenza del web esiste la m***a o il capolavoro, nel mezzo il nulla tanto che quando se ne escono con un bel prodotto, che dovrebbe essere la norma, tra la tanta mediocrità che ormai infesta i serial tv si urla subito al capolavoro (poi con Netflix di mezzo, come in questo caso, non parliamone). Spero si sia capito il senso delle mie parole. Stranger Things capolavoro non lo è e probabilmente nemmeno ambisce ad esserlo, non racconta nulla di innovativo, non ha significati reconditi particolari e sia chiaro questo non è affatto qualcosa di negativo, quando una storia funziona per quanto trita e ritrita funziona sempre (certo se narrata con una propria identità). Stranger Things vuole essere un grosso omaggio, tributo, chiamatelo-come-vi-pare ad un certo tipo di cinema o serialità, quella degli anni ’80, trasportando lo spettatore del 2016 alle atmosfere che hanno reso celebri le pellicole dell’epoca puntando quasi tutto sull’effetto nostalgia centrando il bersaglio. Nel guardare Stranger Things è impossibile non pensare a titoli cult degli anni ’80 come I Goonies o E.T. (su questo non sono d’accordissimo) e alle opere di Stephen King, citato apertamente nella serie, in particolare il suo IT con cui condivide tantissimi aspetti -i protagonisti sono un gruppo di ragazzini “perdenti”, ci sono i bulletti, tutto prende il via per la sparizione di uno di loro, c’è una creatura mostruosa (ops! spoiler!), poteri paranormali- con un pizzico di Stand By Me, passando per John Carpenter e Sam Raimi.
Personalmente non ho potuto far a meno di pensare ad Akira di Katsuhiro Otomo, che capolavoro lo è realmente almeno per quanto riguarda il manga originale anche se paradossalmente, e per me inspiegabilmente, è più riconosciuto come tale il film anime (lo so è più famoso del manga), per via del personaggio di Undici che ha molto in comune con quello di Tetsuo, anche per il ruolo che riveste seppur con degli sviluppi diversi. E poi ricordiamoci che anche Akira risale agli anni ’80.

Una trama non troppo complessa, tanti personaggi gestiti benissimo le cui diverse storyline confluiranno con naturalezza verso il finale, qualche sviluppo scontato qua e la e altri meno di quel che possan sembrare, rendono Stranger Things una gran bella serie, senza dimenticarsi della bellissima intro, che da quel poco che ho visto finora di Netflix sono un po’ il fiore all’occhiello del network, semplice, riconoscibile e ipnotica, starei ore e ore ad ascoltarla (anche se questo synth mi fa venir voglia di rivedermi Tron). E sulle note dell’intro vi lascio. Godetevene.

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One thought on “Stranger Things – La minirecensione

  1. D’accordissimo su tutto!
    Ho finito di vederla ieri, come serie è molto bella, ben fatta, ben studiata, si guarda che è un piacere! Ma da qui a capolavoro ce ne passa 😀
    Diciamo che è molto furba, riesce a farsi amare fin da subito dal suo pubblico grazie a tutti quei elementi che hai citato! I fan ci sono andati letteralmente in overdose, poi ovvvio che sono tutti ” Omioddio capolavoroh!” XD

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