Hellboy (2019) – Recensione

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Con non poco timore e diffidenza ieri abbiamo visto Hellboy di Neil Marshall, reboot cinematografico del personaggio dei fumetti creato da Mike Mignola, che festeggia i suoi 25 anni, e già portato sul grande schermo da Guillermo Del Toro per ben due volte. Timori passati? Eh, insomma.

Partiamo col dire che diffidenza e timori derivavano dal fatto che sin dalla prima immagine rilasciata non ci piacesse la resa estetica del nuovo Hellboy interpretato da David Harbour (lo scieriffo Jim Hopper di Stranger Things), forse più realistico ma per gusto personale preferisco il più fumettoso Hellboy di Ron Perlman. Ma ribadisco che si tratta di puro gusto personale e quindi ciccia, se non fosse che anche il trailer non mi avesse esattamente convinto per i toni troppo scanzonati e per una sequela di notizie che evidenziavano una maggiore fedeltà ai fumetti e molto sangue, che già di per se è una contraddizione.

Di tutto questo posso dire che confermo il mio pensiero sull’estetica, che i toni scanzonati per fortuna non si sono rivelati eccessivi (chi ha paragonato il film a Guardiani della Galassia evidentemente ha le idee confuse) ed in linea con il personaggio, seppur il doppiaggio italiano non mi abbia convinto del tutto e non renda giustizia a certe battute che scadono nel ridicolo involontario (certo, dovrei anche sentire Harbour in lingua originale per confermare questo pensiero), mentre per la fedeltà ai fumetti e la violenza c’è da aprire tutto un paragrafo a parte.

Il film di Neil Marshall è più fedele? Beh, insomma, sicuramente si ispira a moltissime storie del Mignolaverse ma se dovessi fare un confronto con i film di Del Toro mi verrebbe anche da dire “e grazie al piffero!”. All’epoca dell’uscita del primissimo film le storie pubblicate di Hellboy si contavano sulle dita di una mano, i volumi usciti erano solo cinque, il sesto sarebbe uscito da lì a poco, e in queste storie possiamo dire in tutta tranquillità che i nemici principali fossero nazisti devoti all’occulto. Esattamente come nel primo film di Del Toro, che nessuno nega essersi preso le sue libertà. Libertà che però si è preso anche il film di Neil Marshall (nomino lui e non lo sceneggiatore per comodità), quindi tutto sto discorso della fedeltà lascia il tempo che trova. Parte anche bene, anzi direi benissimo, omaggiando la bellissima storia Hellboy in Messico. Quasi ci credevo, mi stava decisamente convincendo. Poi si continua con la caccia selvaggia, e anche lì ci siamo. Si entra poi in un loop di sangue, linguaggio scurrile e scene prese da questa o quella storia che boh, non è chiaro esattamente dove volessero andare a parere, senza trovare una giusta armonia. Sia chiaro, non mi sto lamentando del fatto che non sia fedele in senso stretto, questo è un discorso vecchio quanto il cinema stesso, per forza di cose qualora un libro o un fumetto viene trasposto al cinema subisce delle modifiche, perché il cinema deve mantenere una propria identità, il problema sorge quando queste modifiche non vengono ben gestite. Del Toro alla fine ha impresso la sua identità nel film del 2004 (discorso totalmente a parte per Hellboy: The Golden Army che aveva una trama totalmente originale) come lo fece Tim Burton nel suo Batman nel 1989, con la differenza che il regista messicano è un nerdone e conosce bene i fumetti a cui si ispirava, e volendo continuare con questo parallelismo Hellboy (o Mignola se preferite) per questo reboot non ha trovato il suo Christopher Nolan, semmai ha trovato il suo Zack Snyder, e come Zack Snyder con Batman v Superman ne ripropone gli stessi errori, ovvero riproduce fedelmente delle vignette o sequenze del fumetto con tanto di battute prese pari pari ma manca di coerenza narrativa, con l’attenuante che almeno il film di Neil Marshall non ha l’arroganza di volersi spacciare per una sorta di decostruzione del concetto di eroe con metafore pseudo religiose, e la trama si segue piuttosto facilmente nonostante una certa lungagginne, due ore per questo film sono decisamente troppe. Si passa da una sequenza all’altra senza una vera logicità o utilità narrativa, o più semplicemente alcune sequenze sono fin troppo lunghe per il loro contributo all’economia del film (vedi la sequenza di Baba Yaga). Fa piacere insomma ad un fan vedere finalmente su schermo Lobster Johnson, Baba Yaga e la sua casetta dalle zampe di gallina, Gruagach, ecc, ma non basta se poi a mancare è tutto il resto.

Parlando di libertà prese dal regista, o chi per esso, come dicevo prima per questo film di Hellboy si è sempre fatta una grandissima attenzione al fatto che sarebbe stato violento e sanguinolento, spacciandolo per fedele ma vabbeh così si ritorna al discorso di prima. Effettivamente questo film è davvero sanguinolento, tanto da avermi fatto domandare come mai non ci fosse un divieto anche qua in Italia (in Deadpool dopotutto lo hanno messo). Il fumetto di Hellboy è chiaramente influenzato dall’horror e dalle storie di folklore di varia origine, sangue e scene forti ce ne sono ma il tutto è sempre stato dosato quasi col contagocce, il vero orrore era frutto di suggestione e atmosfere, elementi con il quale Mignola gioca molto, nel film invece si punta fin troppo sul voler impressionare a tutti i costi, il sangue è costante, esagerato, e troppo spesso fine a se stesso, si ricerca troppo l’inquadratura precisa di corpi massacrati e mutilati. Per essere chiari, non mi lamento della presenza di sangue e splatter di per sè, state pur sempre leggendo un fan della saga de La Casa, tantomeno del fatto che non è fedele (lo ribadirò fino allo sfinimento), è come questa violenza quasi splatter è stata gestita a non avermi convinto. Stesso discorso per quanto riguarda il linguaggio scurrile, esagerato e sboccato, tutti i personaggi sembrano degli scaricatori di porto, i dialoghi sembrano scritti da Negan di The Walking Dead o Debra Morgan di Dexter, scegliete un po’ chi preferite dei due. Non è il linguaggio scurrile ad essere un problema, è che non è possibile che non ci sia un solo personaggio che non parli come una persona normale senza dover infilare un ca**o nella frase, al massimo in un film di gang o rapper, o entrambe le cose. Ad un certo punto era talmente ostentato questo tipo di linguaggio da essere fastidioso, pure in punto di morte di un personaggio lo sentiamo mandare a fanculo il protagonista. Onestamente se sul sangue potevo magari chiuderci un occhio sul linguaggio ad un certo punto ho gettato la spugna.

Insomma più che a Guardiani della Galassia han guardato al Deadpool della Fox, dove sangue e parolacce volano come non ci fosse un domani, peccato che il contesto e il personaggio siano totalmente differenti, col risultato di essere inferiore ad entrambi, e ci tengo a sottolineare come io ritenga GdG sopravvalutato. Ecco forse Hellboy si avvicina alle atmosfere di Guardiani della Galassia per il suo essere un po’ fracassone ma scadendo spesso nel tamarro.

L’Hellboy di Neil Marshall si fa carico di portare avanti la tematica della diversità del protagonista, di come viva la sua condizione di mostro in mezzo agli umani e della caccia ai suoi simili, di come forse i due mondi potrebbero convivere, tema interessante se solo fosse davvero trattato nel film! Questo suo dubbio esistenziale ce lo continuano a ripetere ma non vi è nulla in tutto il film che possa anche solo provare questa tesi, i mostri, ad esclusione di Hellboy, si comportano sempre e solo da mostri, uccidendo, mutilando e mangiando, in un bagno di sangue, rendendo nulla questa tematica.

E quindi Hellboy di Neil Marshall è un brutto film? Forse dalla mia recensione non si direbbe ma no, non in senso stretto e non da meritarsi valanghe di insulti, non siamo ai livelli di Venom o Fantastic 4 per intenderci ma rimane una grossissima occasione sprecata, soprattutto guardando al materiale a disposizione che avevano a cui ispirarsi rispetto a quindici anni fa.

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10 pensieri su “Hellboy (2019) – Recensione

  1. Grazie mille per la recensione! Probabilmente non è un film che andrò a vedere al cinema, ma sicuramente gli darò una possibilità al primo passaggio sui Sky o simili. Ammetto di essere scoppiata a ridere all’idea di una Debra Morgan in versione sceneggiatrice: hai davvero reso bene l’idea 😂😂😂

  2. Mah, noi lo salteremo.. forse recuperiamo anche noi più avanti in TV..se già mi dici che usano un linguaggio scurrile fine a se stesso.. è una delle cose che non ho sopportato in Deadpool

  3. Ecco, prima che lo leggessi da te nell’ultimo capoverso, scorrendo la tua recensione mi dicevo: hanno preso da Deadpool.
    Dialoghi scurrili e scene esagerate.
    Insomma, inevitabile fare un confronto coi due film del passato, mi fa piacere che ci sia l’attore di Stranger Things (ormai lanciatissimo, ma dopotutto è bravo), però Perlman era toppissimo.
    Ma questo sangue è virato al pulp mantenendosi “fumettistico”?

    Moz-

    • Uhm non so, secondo me potresti farti un’idea totalmente sbagliata del personaggio nel caso, ma tralasciando quello (che basta saperlo anche senza aver letto) il fattore è che intrattiene anche poco, ci sono giusto due scene un po’ su riga horror che si potrebbero ricordare come atmosfere, ma ha una trama talmente caotica che sembra più una perdita di tempo, lo consiglierei solo a chi è amante di cadaveri sfasciati a caso e sangue non richiesto.

  4. Visto ieri sera, andiamoci piano con i paragoni: BvS in versione estesa non é peggio di un filmetto concepito stilisticamente sulla scia dell’ultimo successo finto trasgressivo che almeno ha qualche gag ben fatta.

    Fedelá o meno questo film é proprio concepito in maniera sbagliata e messo insieme in maniera caotica: uno di quei (recentemente tanti) casi in cui il disastro produttivo lo vedi sullo schermo prima di leggerlo negli articoli, come succeso con me che questo film, per una serie di ragioni, l’ho visto a scatola chiusa, senza nemmeno conoscere il cast o aver visto un trailer.

    Sul serio, qui stiamo ai livelli di sbagliato di Jonah Hex o di F4 di Trank.

    • Per quanto mi riguarda la versione estesa di BvS rende più comprensibili più cose ma non migliora poi di molto certe scelte narrative. Il paragone nasce dal puntare tutto sull’estetica e il rievocare questa o quella scena dei fumetti senza realmente capirle.

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