Doomsday Clock – Recensione

Doomsday Clock cover issue 12

Lo scorso Dicembre, dopo una gestazione durata ben due anni, si è concluso Doomsday Clock, maxiserie scritta da Geoff Johns e disegnata da Gary Frank in cui i supereroi dell’universo DC hanno incrociato le proprie strade con i protagonisti di Watchmen. Un vero e proprio parto da elefante!

Chi ci segue si ricorderà come, diversamente dalla maggior parte del web, accolsi male questa serie una volta letto il primo numero. Ora, a lettura conclusa devo ammettere di provare sentimenti contrastanti nei suoi confronti.

Da una parte continuo a pensare, anzi no son sicuro,  che il coinvolgimento di Watchmen e la sua mitologia, chiamiamola così, sia stato solo un modo paraculo per attirare i lettori (più tutta un altra serie di motivi che vedremo tra poco), dopotutto gli stessi che sputarono su Before Watchmen non vedevano l’ora di assistere allo scontro tra Superman e Dottor Manhattan, storia veraTM. Pensavate davvero che fosse tutto in nome dell’arte? Non c’è niente di male in questo, il loro obiettivo è vendere fumetti, serviva un nome forte per richiamare le folle di lettori, o i lettori folli. E ha funzionato. Nel bene e nel male ha funzionato.

Ma il dare un seguito alla storia di Watchmen, anche la sola idea, è pura blasfemia. E non per riverenza nei confronti di Moore, semplicemente Watchmen funziona benissimo così e ha esaurito tutto ciò che aveva da dire nei suoi dodici numeri. Gran parte del fascino di Watchmen deriva dalla sua ambiguità, politica, morale, ecc; ti lascia con più domande che risposte, dandoci un seguito da leggere invece Johns ha preso una posizione, cosa che Moore non faceva lasciando tutto alle riflessioni del lettore. Cosa che potrebbe generare delle incomprensioni tra alcuni lettori, specialmente i più giovani, che potrebbero vedere ora Watchmen con una chiave di lettura errata, ed è questo forse il peccato più grande commesso da Johns. Occorre quindi fare lo sforzo di far finta che quei personaggi siano degli omonimi, che niente abbiano a che fare con la storia di Moore, che rimane intoccabile e circoscritta in quei suoi dodici episodi, anche perché onestamente potevano benissimo usare qualsiasi altro personaggio onnipotente come deus ex machina per risolvere i loro casini di continuity (cosa in realtà non avvenuta, ma ci torniamo dopo) e fare mea culpa e sarebbe stata esattamente la stessa cosa, ma si torna al discorso di prima sul nome forte per richiamare le folle, anche se forse il parallelismo tra un mondo senza speranza, come quello creato da Moore, e un altro con ancora una possibilità e il finale voluto dall’autore non sarebbe stato altrettanto efficace, ma queste sono solo congetture.

Il voler creare a tutti i costi un parallelismo con Watchmen, dalla struttura della storia in dodici episodi, al svolgimento della stessa e persino nella griglia delle pagine, con gli splendidi disegni di Gary Frank, non è altro che un esercizio di stile, un qualcosa di superfluo. È chiaro ad un certo punto quanto abbiano allungato il brodo nel presentare certi personaggi per poi abbandonarli come semplici pedine sulla scacchiera (Mime  e Marionette per esempio), tutto il world building di Doomsday Clock poteva essere fatto in meno capitoli e avrebbe funzionato comunque, forse anche meglio.

Dall’altra parte invece… inaspettatamente… tutto sommato mi sento appagato dalla lettura.

L’animo di Doomsday Clock è spezzato in due, tra il voler essere un sequel apocrifo di Watchmen e una Crisi DC, ed è in questa sua seconda veste che da il meglio, ed è tutto merito di Superman, sì perché Johns Superman lo sa scrivere bene. I numeri in cui compare l’uomo d’acciaio sono decisamente i migliori.

Tutta la prima parte, incentrata soprattutto sul fronte Watchmen, tra personaggi vecchi e nuovi, sembra voler dare un calcio in faccia al lavoro svolto da Moore. Sin dall’uscita di DC Universe: Rebirth sembravano volerci dire che da Watchmen in poi abbiamo assistito solo a “supereroi andati a male” in cui la figura del supereroe era stata privata della sua purezza, anche se in realtà Watchmen fu solo l’apice di un processo iniziato un decennio prima, ed effettivamente come dargli torto? Tra uno Spawn, un Kick-Ass, un Authority e un The Boys effettivamente è quel che è successo, ma questi titoli sono tutti nati al di fuori della DC Comics. Allo stesso tempo sembravano sputare nel piatto in cui avevano mangiato fino al giorno prima avendo loro stessi imbastardito gli eroi DC Comics, il cui apice è stato il periodo New 52. Ed è qui che le cose cambiano, ahimè solo nell’ultimo e bellissimo numero. Si arriva al famigerato incontro tra Superman e Manhattan. Quest’ultimo diventa l’avatar di Geoff Johns, non so se in questo caso si possa parlare esattamente di metafumetto, indubbiamente attraverso la figura del Dottor Manhattan, questo bambinone onnipotente che solo per curiosità ha giocato con il tempo togliendo e cambiando eventi a spasso per l’Universo DC, Johns fa un mea culpa di quanto accaduto dal 2011 in poi e si carica le spalle della responsabilità di fare ammenda.

Due anni di pubblicazione per arrivare a delle scuse metaforiche, mi pare un tantinello eccessivo ma meglio tardi che mai. Ed essenzialmente è servito per reintrodurre in continuity due supergruppi molto amati dai fan: la Justice Society e la Legione dei Super-Eroi.

Quindi tutto a posto? Tutto è tornato come prima? Eh, insomma… nonostante la reintroduzione di JSA e Legione è difficile tornare definitivamente alla continuity pre-Flashpoint, continuity che nel frattempo è già stata alterata nuovamente reintroducendo il Superman post-Crisi e cambiando altre cose qua e là, apparentemente abbiamo una situazione quantomeno simile a quella degli ultimi 35 anni ma con alcuni residui dei New 52, come la non più tanto nuova Harley Quinn che pare essere rimasta la wannabe Deadpool degli ultimi anni, così come la nuova Shazam family, tracce difficili da cancellare, specialmente con un nuovo film in arrivo per la prima e uno uscito appena l’anno scorso per il secondo, e un seguito di fan più giovani che si ritroverebbero davanti a personaggi totalmente diversi, anche se un po’ se lo meriterebbero, dopotutto a noi lettori più anziani questo scherzo lo han fatto senza pensarci su due volte. E Johns stesso, sempre grazie a Manhattan, ce lo dice chiaro e tondo che questa è la natura della DC, in continuo cambiamento per essere sempre al passo con le generazioni attuali, spostando sempre più in qua la nascita dei propri eroi, ci scherza pure annunciando delle ipotetiche nuove crisi future da cui scaturiranno le nuove versioni di Batman e soci, con tanto di inside joke su un presunta Crisi Segreta nel 2030 in cui Superman viene lanciato in una lotta con Thor stesso e un colosso verde più forte persino di Doomsday.

Alla fine cosa ci rimane? Sicuramente non il capolavoro di cui tanti han parlato, indubbiamente un ottima pseudo Crisi, sicuramente migliore di Heroes in Crisis di Tom King, molto importante per la continuity DC, scritta anche discretamente bene, il cui intento è solo ed esclusivamente quello di rattoppare alcune mancanze degli ultimi anni dandoci finalmente una spiegazione, ma al contempo un pessimo, arrogante, e forzato sequel per un opera seminale del fumetto supereroistico e non, che difficilmente farà storia, se non i per i disegni di Gary Frank.

6 pensieri su “Doomsday Clock – Recensione

  1. Due anni di pubblicazioni per chiedere scusa… sembrano i secoli necessari perché i Papi di oggi chiedano scusa per gli errori della Chiesa del passato XD
    Qui Johns si fa più pontefice che “divinità” quantistica ^^

    Comunque, più che scusarsi, dovrebbero lasciar parlare i fatti: anziché creare storie in modo tanto erratico per dare poi un calcio al marchingegno e riallacciare i contatti – tipo TV vecchia – dovrebbero iniziare a chiedersi in che cavolo di direzione vogliano portare le loro ambientazioni.
    E portarcele con coerenza.

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  2. “serviva un nome forte per richiamare le folle di lettori, o i lettori folli.”
    Amen!
    Pur non essendo un fan di Watchmen (non l’ho manco mai letto), concordo al 100% su tutto ciò che hai scritto, sull’opera che andava lasciata in pace e che non c’era bisogno di scomodarla per sistemare la cazzata di Flashpoint e New 52.
    Venendo alla seconda parte, concordo che le parti migliori siano quelle con Superman, le uniche che ho letto con attenzione, mentre quelle dedicate ai “controllori” le sfogliavo solo, un po’ per noia e un po’ perché non ci capivo nulla. È anche vero che Johns scrive benissimo l’Azzurrone ma non sempre, ad esempio Secret Origin, da massimo esperto del personaggio, per me è bocciato. La sua run su Action Comics della seconda metà degli anni 2000, resta da inchino.
    Mi sono perso la citazione alla crisi del 2030 (ancora devo leggere l’ultimo numero, l’ho solo sfogliato). Comunque a me fa “male” che questo mea culpa venga da uno che ha sempre avuto profondo rispetto per la continuity, anche quando ha voluto reintrodurre elementi Silver Age, ha cercato sempre di reintregrarli con la timeline recente (vedi il Giocattolaio o Brainiac). Sempre escluso Secret Origin perché lì ha fatto lo stronzo.

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