The Mask: I pledge allegiance to the Mask – Recensione

The Mask, il personaggio dei fumetti Dark Horse creato da John Arcudi e Doug Mahnke, dopo vent’anni di assenza dagli scaffali delle fumetterie è tornato sul finire del 2019 con una miniserie scritta da Christopher Cantwell e disegnata da Patric Reynolds dal titolo The Mask: I pledge allegiance to the Mask.
Il titolo è una parodia al Pledge of Allegiance, il giuramento di fedeltà alla bandiera degli Stati Uniti d’America, è chiaro sin da subito come questo ritorno della Maschera affondi piene mani nella politica, lo potete anche vedere in copertina con i manifesti che evidentemente fanno il verso ad Obama, ma non è su Obama che Christopher Cantwell intende fare satira e parodia, ma verso un altro politico le cui parole e azioni sono talmente esagerate da sembrare lui stesso surreale e caricaturale, come se fosse uscito dalle pagine di un fumetto, ovviamente parlo di Donald Trump, ma che ve lo dico a fare?

In questa nuova miniserie la Maschera, sparita dalla circolazione da diversi anni, riappare ad Edge City e finisce tra le mani di un politico in disgrazia, Abner Mead, che una volta trovatosi con i poteri illimitati dell’oggetto decide niente meno che concorrere alla Presidenza degli Stati Uniti d’America al motto di “Make America green again!”. Il ritorno della Maschera e del caos che ne consegue attirano inevitabilmente l’attenzione di Kathy Matthews, ex ragazza di Stanley Ipkiss (il primo possessore della Maschera) qui in veste di candidata democratica alla presidenza e quindi avversaria diretta di Testone (il nome con cui è noto alle forze dell’ordine chi indossa la Maschera) e dell’ormai ex Tenente Kellaway ritiratosi in pensione. Entrambi in passato sono stati in possesso della Maschera e l’hanno indossata, sanno cosa può causare e intendono fermarla.
Diciamo che basterebbe già questo ritorno alle origini per convincere un qualsiasi fan della serie a leggere questo revival, chiamiamolo così, Kathy e Kellaway sono stati i veri protagonisti delle storie realizzate dagli autori originali, ovvero delle storie più belle dedicate al personaggio, a cui poi hanno fatto seguito svariate miniserie realizzate da diversi team artistici ma parzialmente influenzati dal film e dal poco appeal. Un ritorno quindi dei personaggi originali è cosa più che gradita, ma non basta.
Cominciamo dai disegni. Patric Reynolds è bravissimo, poche storie (lo potete ammirare in copertina), eppure non mi ha convinto, probabilmente è un limite mio, non riesco ad evitare un confronto con lo stile di Mahnke o comunque non ritengo questo stile quasi realistico adatto fino in fondo ad un personaggio che fa dello humour slapstick una delle sue caratteristiche principali.
D’altro canto Christopher Cantwell prende una posizione politica ben precisa con questa miniserie, e lo dico da anti-Trump, lo fa in un modo a mio parere fin troppo semplice, la satira proposta non ha mordente, il problema, e qui mi permetto di rubare da una recensione americana, è che in fin dei conti non fa niente più che mettere nero su bianco cose purtroppo riconducibili alla realtà, solo con ancora più sangue e violenza. Capisco che Trump sia un personaggio talmente sopra le righe da passare per la parodia di se stesso ma così è giocarsela facile.
Sono un po’ combattuto sul giudizio da dare a questa miniserie, da una parte il ritorno dei personaggi storici ha giocato un grandissimo effetto nostalgia e tutto sommato è scritta bene ma non mancano delle lacune, come ad esempio praticamente tutto il resto del cast il cui ruolo non mi è chiarissimo, dai Cacciatori della Maschera al nuovo killer freak che poteva essere un nuovo Walter (un energumeno umano ma apparentemente invincibile nemesi storica della Maschera nelle storie di Arcudi e Mahnke) ma che fa poco più che una comparsata. Ho avuto l’impressione che Cantwelle abbia voluto giocare con qualcosa di più grande di lui, che sia partito da una buona idea ma che non sapesse esattamente come concludere il tutto, sempre che non avesse programmi per un sequel ma ad un anno di distanza non mi pare di aver letto di altre storie annunciate.
Insomma non mi ha convinto del tutto questo ritorno di The Mask ma non posso negare di essermi divertito nella lettura o che non lo rileggerei in un ipotetica edizione italiana, anzi, spero che qualche editore riporti il personaggio anche nelle fumetterie nostrane perché manca da davvero tanto tempo, magari con una pubblicazione integrale anche delle storie inedite in Italia.

Classificazione: 3 su 5.

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6 pensieri su “The Mask: I pledge allegiance to the Mask – Recensione

  1. MI sono divertito molto a leggerlo, violenza come nelle prime storie del personaggio, anche se la satira scappa un po’ di mano, inizia bene poi diventa sempre più grossolana nel corso della storia, anche se condivido l’intento e il bersaglio della critica, però bisogna dirlo “Make America green again” fa davvero ridere 😉 Cheers

    Piace a 2 people

    • Il film punta molto sull’umorismo slapstick ma bisogna ringraziare Jim Carrey se questo ha funzionato, per il resto tende più al supereroistico, con tutte le differenze del caso, e più family friendly, non a caso ci fecero una linea di giocattoli e il cartoon

      Piace a 1 persona

  2. Interessante, non sapevo di questo revival. Certo che con Make America Green Again non potevano essere più espliciti.

    Difficile fare satira su un fenomeno così esagerato già di per sé come Trump. Anche South Park ha praticamente rinunciato, quando la realtà supera la fantasia non si può che fare un passo indietro!

    Piace a 1 persona

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