Kay: la guerra del buio – Recensione

Dopo il successo di Attica la Sergio Bonelli Editore prova nuovamente la strada del formato manga con Kay: la guerra del buio, spin off del più celebre Nathan Never scritto da Alessandro Russo, aiutato da svariati altri autori Bonelli.
A differenza di Attica però Kay è un prodotto un po’ ingannevole. Attica è un progetto che nasce per quel formato, provando a sperimentare soluzioni grafiche insolite per un editore come la Bonelli, Kay invece come già detto è uno spin off di Nathan Never e non solo, è una ristampa. La saga di Kay venne pubblicata tra il 2014 e il 2019 sulle pagine di Agenzia Alfa e Speciale Nathan Never nel classico formato Boneli, quindi per questa nuova edizione è stata rimontata per il formato tankobon 13×18, e un possibile lettore a digiuno dal fumetto italiano attirato dal formato, magari dopo aver letto proprio Attica si può trovare un po’ spiazzato nel vedere dei disegni così classici a differenza di quelli proposti in copertina.
Ma superato questo ostacolo e dando una possibilità alla storia non si rimane delusi.

Kay è la figlia di due agenti dell’Agenzia Alfa, quindi colleghi di Nathan Never, e dotata di poteri telepatici, enormi poteri telepatici. La sua vita è stata difficile, tra la sua diversità e le avventure con i suoi genitori e lo zio Nathan. La guerra del buio è essenzialmente la sua storia, che alterna la sua vita passata nell’anno 2109, in uno storyarc chiamato “mente di Kay”, e la sua vita futura nell’anno 2425 chiamato proprio “guerra del buio”. Questa guerra del buio che da il titolo all’intera serie si riferisce alla lotta di Kay e le altre sorelle del Tempio delle Telepati contro degli esseri chiamati Senza Mente, esseri oscuri simili a delle ombre che in qualche modo sono estremamente legati al Tempio delle Telepati. Nel corso della serie, e della vita (o forse è meglio dire vite) di Kay assisteremo alla crescita della protagonista, da quasi emarginata per via della sua natura di metà mutante fino alla consapevolezza dei propri poteri e del proprio ruolo, e del suo particolare rapporto conflittuale con la Sorellanza e le loro rigide regole e la propria morale, a ripensarci mi ricorda un po’ l’Ordine Jedi, con i loro pregi e difetti, e non è affatto un male.
Non avendo letto la serie durante la sua pubblicazione originale non posso fare confronti e non so come e in che ordine queste storie vennero pubblicate, ma da questa lettura posso dire di aver apprezzato particolarmente l’alternarsi dei due story arc, molto meglio di quanto fatto con Orfani nel suo montaggio originale, piano piano nella lettura delle due storyline i pezzi vengono messi insieme e tutto confluisce verso la stessa direzione, il tutto senza sentire il peso di Nathan Never, infatti nonostante alcuni riferimenti all’Agenzia Alfa e altri personaggi Kay rimane totalmente leggibile a sé, non è necessario conoscere la serie principale, tutte le informazioni necessarie alla comprensione della serie sono qua.
Il vero problema a mio parere è la lunghezza, la storia pare concludersi all’inizio dell’ottavo volume, dopo inizia un nuovo arco narrativo che personalmente ho trovato superfluo ma che poi da una chiusura definitiva alla storia.
La storia come dicevo è stata ideata da Alessandro Russo ma ai testi nel corso dei dieci volumi di Kay si alternano anche altri autori in forza alla Bonelli, come Stefano Piani, Lucio Sammartino, Mirko Perniola, Giovanni Gualdoni, il tutto però immagino fosse sotto la supervisione di Russo che ha comunque curato gran parte della serie. Ai disegni, che saranno pure classici ma molto belli, troviamo, oltre allo stesso Russo, Anna Lazzarini, Davide Martino, Stevano Martino, Andra Bormida, Massimo Dell’Oglio e tanti altri, tutti di alto livello ma il mio preferito è Rosario Raho, stupende davvero le sue tavole, purtroppo presente solo nel sesto volume ma di cui leggere volentieri altre opere.

Classificazione: 3.5 su 5.

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2 pensieri su “Kay: la guerra del buio – Recensione

  1. Ho letto “a pezzi” la saga di Kay durante la prima pubblicazione, e immagino che una raccolta non possa che beneficiarle, perché francamente da un episodio all’altro facevo una gran fatica a ricordarmi cosa fosse successo…. La scelta del formato “manga” sa tantissimo di becera operazione commerciale volta a “fregare” i lettori del manga presentando loro un prodotto per quello che in realtà non è. Non mi sembra una grande idea…

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