Resident Evil: The Final Chapter – Recensione

E con notevole ritardo siamo finalmente giunti alla fine di questo viaggio attraverso la saga cinematografica ispirata al celebre videogioco survival horror di Capcom, Resident Evil: The Final Chapter chiude definitivamente la più lunga serie di film tratta da un videogioco. Ma dopo quattordici anni e sei film cosa ci rimane di Resident Evil? A questa domanda vediamo di rispondere dopo.

The Final Chapter inizia con un flashback in cui ci viene svelato in modo posticcio l’origine del T-Virus che diede vita, o forse sarebbe meglio dire inizio, a tutto quanto. Il T-Virus venne sviluppato per sconfiggere una malattia rara che affliggeva la figlia del cofondatore della Umbrella, James Marcus, peccato per quel piccolo effetto collaterale per cui la gente impazzisce e i morti risorgono, e scopriamo anche che l’intelligenza artificiale chiamata Regina Rossa, che abbiamo sempre visto con l’aspetto di una bambina, era proprio basata sulla figlia di Marcus. Ritorniamo al presente ricollegandoci direttamente al finale di Retribution dove avevamo lasciato Alice (Milla Jovovich) alla Casa Bianca pronta ad affrontare un esercito di zombie e mostri genetici vari ed eventuali. Colpo di scena! Era una trappola! Chi lo avrebbe mai detto? E niente Alice viene contattata proprio dalla Regina Rossa che le rivela dell’esistenza di una cura che porta la nostra eroina a percorrere un ultimo viaggio che la ricondurrà a Raccoon City dove tutto è iniziato e dove scoprirà le proprie origini.
Detto così sembra ci sia tantissima carne al fuoco, in realtà è solo l’ennesimo film di Resident Evil che segue il solito schemino, Alice+gruppo di sopravvissuti (leggi: carne da macello) e mostrone finale, con nel mezzo tante scene d’azione e sparatorie.
Dopo questo incredibile riassunto posso rispondere alla famigerata domanda: cosa ci rimane di Resident Evil? Direi una saga cinematografica portata allo sfinimento ma che ha incredibilmente guadagnato molto, soprattutto per il budget irrisorio con cui venne realizzato ogni capitolo se paragonato alle vere grosse produzioni Hollywoodiane. Se con i primi due film Paul W.S. Anderson sembrava avere un idea ben precisa per una storia da raccontare dal terzo capitolo in poi pare sia andato decisamente a naso, ed è un peccato, ogni film era diventato una scusa per far recitare la moglie in una miriade di scene improbabili, ma come biasimarlo? Anderson e la Jovovich si sono conosciuti sul set del primo film, poi si sono messi assieme e infine han messo su famiglia, han creato una perfetta macchina da soldi cinematografica formato famiglia che richiedeva il massimo risultato al minimo sforzo, tant’è che in questo ultimo capitolo ad interpretare la giovane figlia di Marcus e la Regina Rossa troviamo niente meno che Ever Anderson, la primogenita della coppia e clone perfetto della madre (occhiolino), qui al suo debutto cinematografico. Ma dicevo, un idea precisa di che farci di questa serie di film non è che l’avesse realmente, non più almeno. Lo dimostra un po’ il fatto che non avessero legato contrattualmente nessuno dei personaggi coinvolti, da un film all’altro i personaggi di contorno spariscono senza troppe spiegazioni, come se non importasse poi molto, anche se poi a te spettatore non te ne frega davvero niente ma solo perché tutti i film sono stati gestiti nello stesso modo. La stessa motivazione dietro agli scopi della Umbrella arriva talmente tardi da sembrare ridicola, solo in quest’ultimo film ci viene rivelato il perché di questa epidemia globale, ovvero il tentativo risolvere alcuni problemi globali tra cui la sovrappopolazione, forse perché Anderson si sarà accorto che la cosa di creare mostri genetici in un mondo post apocalittico invece di creare una cura era fin troppo fine a se stessa, per non dire nonsense.
Il problema di questa saga è che dopo i primi due film, che in qualche modo si rifacevano ai videogiochi, il canovaccio si è fatto davvero troppo ripetitivo e non c’è nulla che davvero rimanga impresso e The Final Chapter, fatta giusto eccezione per la rivelazione su Alice, non fa differenza, giuro, ad un certo punto si fanno talmente simili tra di loro che ho iniziato a far confusione su questo o quell’evento, è successo in questo o in quel capitolo? Che importa, tanto è uguale. I primi due film, il primo in particolare, tutto sommato hanno delle sequenze che a modo loro possiamo definire iconiche.
E niente, ora non ci resta che aspettare un mesetto per l’uscita del reboot Resident Evil: Welcome to Raccoon City, molto probabilmente sarà un film a basso budget ma ad alto contenuto trash ma sarò al cinema a vederlo.

Classificazione: 2.5 su 5.

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4 pensieri su “Resident Evil: The Final Chapter – Recensione

    • I giochi, almeno i primi e da quel che mi dicono anche gli ultimi, ci provano ad essere veramente horror e si distinguono per i protagonisti e gli intrighi che ci stanno sotto. Inoltre sono videogame, sono cambiati veramente nel tempo e il coinvolgimento è comunque maggiore. Qua ci han venduto sempre lo stesso film e si sono impegnati sempre meno, non ci hanno nemmeno provato a far finta che fosse qualcosa di diverso.

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