American Horror Stories stagione 1 – Recensione (A Geek League Hallowgeek Special)

Anche quest’anno la Geek League si è riunita per passare un terrificante Halloween in compagnia e narrarvi di incubi oscuri e indicibili orrori. A queste coordinate ho pensato di farlo parlandovi della prima stagione di American Horror Stories, lo ripeto, Stories, con la IES finale, da non confondere con la serie madre American Horror Story, di cui è essenzialmente uno spin-off. E poi ben due episodi su sette toccano Halloween da vicino.

Se American Horror Story è una serie antologica strutturata in modo che ogni stagione sia concepita con una trama, ambientazione e personaggi diversi, American Horror Stories ha tutti gli episodi diversi l’uno dall’altro, beh, più o meno. Un po’ come Ai confini della realtà.
Più o meno perché in realtà tre episodi su sette si ricollegano direttamente alla primissima stagione della serie, quella denominata retroattivamente Murder House.
Prima di procedere vi devo confessare che la serie madre qua in casa Omniverso non l’abbiamo mai vista, ci abbiamo provato all’epoca ma non ci convinse molto e la mollammo, magari una decina di anni dopo potremmo anche riprovarci, dopotutto con questo spin-off ci siamo divertiti. Ma bando alle ciance.
American Horror Stories come ogni serie antologica inevitabilmente deve fare i conti con una qualità altalenante, non tutti gli episodi sono allo stesso livello ma in generale direi che è andata piuttosto bene mantenendo la qualità discretamente alta.
Inizia andandoci piano e portando lo spettatore abituale di AHS in una sorta di confort zone riciclando la location della Murder House della prima stagione, la casa infestata dalle anime di chi vi è morto brutalmente al suo interno nel corso degli anni e che guarda caso possono uscire liberi solo per la notte di Halloween, e soprattutto il famoso costume in lattice di Rubber Man che per l’occasione diventa Rubber(Wo)man, dando anche il titolo ai due episodi iniziali, devo anche ammettere che inizialmente nel vedere la famiglia protagonista composta da una coppia di omosessuali e una figlia lesbica ho temuto si trattasse di una di quelle serie ad alto tasso di, passatemi il termine stra abusato, “politicamente corretto”, invece poi nel procedere degli episodi è chiaro come il tutto sia semplicemente inserito nell’attualità, senza farci troppe paternali sull’argomento e trattando i personaggi come persone e non in base al proprio orientamento sessuale. Chiusa la parentesi sull’argomento, spero di non essere frainteso. La storia di Rubber(Wo)Man ha per protagonista la giovane Scarlet, omosessuale non dichiarata e ossessionata dal dolore per via di alcuni traumi subiti da bambina che finisce col subire un pesante scherzo da alcune compagne di scuola, unite questo evento spiacevole con l’incontro con l’iconico costume in lattice capace di scatenare istinti omicidi a chi lo indossa, non vado oltre perché rivelerei troppo, convince di più nella sua seconda parte, grazie ad un plot twist efficace, che probabilmente i fan della serie originale avevano già intuito dall’inizio, ma per chi ne è a digiuno come noi è stato un buon colpo di scena, e aggiungerei anche divertente nella sua esecuzione, e non uso a caso il termine esecuzione.
Il terzo episodio punta i riflettori su alcuni ragazzi che intendono andare al Drive In per guardare il film Rabbit Rabbit, un vecchio horror che si dice faccia impazzire le persone che lo vedono innescando in loro una sete di sangue che li porta ad uccidersi l’uno con l’altro. Ovviamente non è una leggenda e inizia il massacro. Ai protagonisti va bene perché in auto erano più interessati a fare altro che a guardare il film. L’episodio si rifà un po’ al filone degli zombie e ai protagonisti che devono sopravvivere all’assalto degli altri ex spettatori, sarà un vero bagno di sangue fino al disperato tentativo di eliminare dalla faccia della Terra ogni copia rimasta del film… peccato che i due non abbiano fatto i conti con il web, il che ci porta ad un apocalittico finale, come vuole la tradizione dei classici dell’horror.
Il quarto episodio intitolato La lista dei cattivi ha per protagonisti quattro YouTuber influencer che finiscono col perdere sempre più popolarità dopo aver postato un video in cui assistono ad un suicidio. Non contenti, nel disperato tentativo di riacquistare follower prima cercando di arruffianarsi il pubblico omosessuale ottenendo indietro solo grasse risate, e poi cercando di tornare alle origini facendo dei banali scherzi, ma ormai la popolarità deve aver dato alla testa a questi ragazzi e non comprendono più quale sia il limite, finiscono così per fare uno scherzo in un centro commerciale dicendo a tutti i bambini presenti per parlare con Babbo Natale che quest’ultimo non esiste. Peccato che questo Babbo Natale sia interpretato da un tipaccio come Danny Trejo, vi lascio immaginare il resto.
Entrambi questi episodi sono stati piuttosto divertenti per i loro risvolti, forse più Drive In ma è apprezzabile come tocchino argomenti attuali, in particolar modo la critica nei confronti di questi YouTuber essenzialmente incapaci di rinnovarsi e interessarsi solo al soldo facile (da non leggere come una critica all’intera categoria)
Il quinto episodio, BA’AL, è decisamente il migliore del lotto. Una coppia cerca disperatamente di avere un figlio ma ogni tentativo fallisce miseramente fino a quando lei non riceve da una receptionist una statuetta della fertilità. Un anno e mezzo dopo i due sono genitori ma lei ha una sorta di depressione post parto e inizia ad avere visioni di un demone attraverso lo schermo con cui monitora il figlio mentre dorme, e il totem inizia a trasformarsi, ogni volta che lo trova è sempre diverso. Anche qua mi fermo per evitare spoiler, ribadisco come sia decisamente la migliore del lotto, infila non uno ma ben due plot twist niente male.
Nel sesto episodio intitolato Feroce i protagonisti sono una famiglia composta da padre, madre e figlio che si reca in campeggio, dopo la prima notte il piccolo scompare mentre gioca a nascondino con il padre. Dieci anni dopo la coppia è separata, lui non ha mai smesso di cercare il figlio, ingannato da un cacciatore che dice di sapere dove possa trovarsi la coppia torna sul posto solo per scoprire prima di essere stati ingannati e poi che i parchi nazionali altro non sono che una riserva naturale per un popolo di uomini cannibali e deformi. Concludiamo questa prima stagione di American Horror Stories con il settimo ed ultimo episodio intitolato Game Over, ancora una volta si torna nella Murder House ma ben presto scopriamo che in realtà si tratta solo di un videogioco realizzato dalla madre di un fan della serie tv, il quale però non ha ben gradito il gioco perché a suo dire non rispetterebbe lo spirito di American Horror Story. Quindi la madre ossessionata dal voler riconquistare il figlio e perfezionare il gioco decide prima di farsi una maratona della serie tv e poi di recarsi nella vera Murder House. Anche qui non tutto è esattamente come sembra ma i vari colpi di scena a sto giro convincono decisamente meno, inoltre si giocano la carta della metanarrativa che incasina un po’ la vicenda, chiara dal punto di vista narrativo e simbolico, un po’ meno dal punto di vista logico e razionale visto che poi le vicende del videogioco si ricollegano pure a quanto visto sia nella prima stagione di AHS che nei primi episodi di AHStories, e la cosa ha risultati un po’ goffi.
Come la serie originale anche questo spin-off è stato creato da Ryan Murphy e Brad Falchuk, i quali hanno scritto anche i tre episodi che si ricollegano alla Murder House, il resto invece è farina del sacco di Manny Coto, in generale il risultato è piacevole, fa strano usare questo termine per degli horror, la serie funziona, intrattiene e diverte senza essere un capolavoro, ma è evidente come Murphy e Falchuk giochino un po’ troppo con l’effetto nostalgia dei fan di AHS senza osare, e quando lo fanno con la metanarrativa la fanno fuori dal vaso, con finali fin troppo semplici e positivi, Manny Coto invece si rifà più alla tradizione di Nightmare o Venerdì 13 con finali pessimisti, non c’è mai un vero lieto fine ed è ciò che voglio da un horror

Classificazione: 3.5 su 5.

L’Hallowgeek firmato Geek League continua su:

La Tana dell’Orso Chiacchierone – Caparezza – Kitaro
Il Mondo di Nero – I Simpson e i migliori episodi de “la paura fa novanta”
The Reign of Ema – Archie Halloween Spectacular (2021)
Cent’anni di Nerditudine – Crimson Peak (2015)
La Puteca di Pakos – Medievil: il fantasy-horror che cambiò le regole ispirandosi a Tim Burtnon
La Cupa Voliera del Cont Gracula – La Famiglia Addams (2019)
Moz O’Clock – Sleepy Hollow: retrospettiva sul cortometraggio horror della Disney
La Bara Volante – 10 cameo tutti matti nei film horror
La Stanza di Geordie – Fantasmi, streghe e vampiri nelle…

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10 risposte a "American Horror Stories stagione 1 – Recensione (A Geek League Hallowgeek Special)"

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  1. Non ho en capito la logica di questo spin – off che sembra fatto con le idee avanzate, in ogni caso qualche episodio simpatico viene fuori, anche se qualitativamente siamo scesi di un altro gradino rispetto ad AHS. Buon Halloween! Cheers

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  2. Io avevo provato a vedere la serie madre ma troppo ansiosa per i miei gusti, io preferisco vedere cose più spensierate 😀 Certo che anche in questo spinoff ci sono delle trame belle interessanti che mi hanno incuriosito parecchio!

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  3. Non ho mai visto American Horror Story, mi pare sia stato trasmesso anche in chiaro, ma a orari da streghe 😅
    Le trame di questo spin off sembrano per lo più carine, specialmente quella che fa leva sull’interconnessione moderna (col concetto di p2p e di streaming, pensa anche a quanto potrebbe cambiare il finale di una storia come The Ring XD ).
    Un giorno cercherò di buttarci uno sguardo, se ne avrò l’occasione 🙂

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  4. Serie che ti mette abbastanza curiosità per vedere l’originale, all’epoca avevo beccato delle puntate della seconda stagione, non sembrava male ma non era il momento per me evidentemente. Episodio migliore comunque quello del demone, anche i primi due non sarebbero male se non fosse che poi la storia melensa anche no dai, con tanto di tizia sfigata remixata a freak stranamente figa…. evidentemente nel 2021 in America usa ancora sto cliché che aveva già rotto gli zebedei nei ’90.

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