Non Siamo Più Vivi stagione 1 – Recensione

Non siamo più vivi poster serie Netflix

Dopo il successo di Squid Game Netflix ormai è lanciatissima anche nelle serie tv coreane, non che prima non fossero presenti sulla piattaforma streaming ma erano relegate ad una fetta di pubblico più di nicchia mentre ora sembrano crederci maggiormente, tanto da doppiarle, per la gioia dei più pigri come me che preferiscono il doppiaggio ai sottotitoli, come nel caso di Non siamo più vivi.

Basata sul fumetto online Jigeum Uri Hakgyoneum di Joo Dong-geun, che letteralmente significa “Ora, la nostra scuola…”, pubblicato tra il 2009 e il 2011, poi divenuto All of us are dead (siamo tutti morti) in inglese e infine Non siamo più vivi qui in Italia, (insomma un bel giro per sto titolo), si tratta di una serie survival horror ambientata quasi interamente in una scuola di un prestigioso liceo sud coreano da cui, a causa di un esperimento andato male che stava svolgendo personalmente un professore, scoppia un epidemia che rende le persone rabbiose, violente e quasi insensibili al dolore, insomma una specie di zombie iperattivo, siamo più dalle parti degli zombie di World War Z e Io sono leggenda (lo so, nel romanzo sono vampiri) che non ai cadaveri lenti di The Walking Dead.
Diciamo la verità, Non siamo più vivi non ha davvero niente di così originale, anzi soffre di tutti i cliché del genere, come il fatto che i protagonisti principali sembrino affetti da una sorta di immunità agli assalti dei contagiati, anche nelle situazioni peggiori, almeno fino a quando gli sceneggiatori non si stufano di loro e decidono che è arrivata la loro ora, o la paranoia e la sfiducia che viene a crearsi quando sorge il dubbio di un contagio all’interno del gruppo, dopotutto come ci hanno insegnato i classici del genere e più di recente The Walking Dead i veri mostri sono gli uomini stessi, spesso capaci di compiere qualsiasi cosa pur di salvarsi, anche se si tratta di adolescenti, come nel caso di questa serie tv.
Cliché a parte All of us are dead rimane una serie ben realizzata, non solo da un punto di vista puramente visivo, e a cui non mancano le buone idee, affronta il tema del bullismo e dell’inadeguatezza del sistema scolastico nel saperlo fronteggiare, che poi senza svelarvi troppo è la cosa da cui inizia tutto, il virus stesso muta e si adatta ad alcuni soggetti rendendoli unici, così da creare nuove dinamiche all’interno della vicenda, e come in altri titoli coreani tocca, seppur di striscio, la tematica della disparità sociale che evidentemente è un problema molto sentito in Sud Corea, come già dimostrato da Squid Game e Parasite, oltre che ad essere una specie di storia di formazione per i giovani protagonisti, che poi tanto giovani non sono ma a costo di scadere nello stereotipo a differenza degli attori occidentali che interpretano adolescenti nelle serie tv sono credibili e sembrano adolescenti per davvero, e devo ammettere che sono stati anche discretamente bravi.
Questa prima stagione si compone di dodici episodi e nel momento in cui vi scrivo ancora non è stata rinnovata ufficialmente per una seconda stagione, se anche non fosse bene o male la sua storia ha una chiusura, anzi io forse lascerei tutto così.

Classificazione: 3.5 su 5.

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