Il Mondo dei Robot di Michael Crichton (1973)

Retrospettiva su Il Mondo dei Robot, film cult diretto da Michael Crichton.

Ad inizio anni 70 un Michael Crichton non ancora trentenne è già un romanziere piuttosto affermato, anche se il più dei suoi titoli li ha scritti sotto pseudonimo, il primo romanzo firmato con il suo vero nome è Andromeda (The Andromeda Strain) del 1969, un thriller fantascientifico che diventa ben presto un best seller, attirando l’attenzione di Hollywood e così nel 1971 ne viene tratto un film diretto da Robert Wise (West Side Story, Ultimatum alla Terra, Star Trek: The Motion Picture) che riscuote un buon successo al botteghino. Nel frattempo Crichton continua a scrivere romanzi e nel ’72 esce Binary, tecno thriller che a sua volta attira le attenzioni dell’imprenditore Barry Diller che vorrebbe farne un film per la tv nell’antologica ABC Movie of the Week, la stessa in cui solo un anno prima fece il suo debutto un giovane Steven Spielberg con Duel, tratto dal racconto omonimo di Richard Matheson.

Crichton aveva già mostrato interesse per la regia, come se essere medico e uno scrittore di successo non fosse abbastanza per lui, e avrebbe accettato di cedere i diritti del romanzo solo a condizione di poter dirigere lui stesso il film. Diller si dimostrò disponibile ad andare incontro alle sue richieste ma insistette affinché venisse affiancato da uno scrittore più esperto per la stesura della sceneggiatura, il che è un po’ paradossale se ci pensate dal punto di vista dell’autore che un altro mettesse mano su una sua opera. Il risultato fu Pursuit, che ottenne un discreto successo.

Tutto questo giro serve a spiegarvi come lo scrittore sia arrivato al suo debutto cinematografico l’anno successivo, anche se la storia narra che Crichton in realtà non volesse debuttare con un film di fantascienza ma stando alle sue parole era l’unico modo per convincere uno studio a lasciarlo dirigere, probabilmente perché convinto che il pubblico non si aspettasse altro da lui visti i suoi precedenti lavori. In seguito dichiarerà che fare il regista non è un mestiere complicato, come vorrei avere la sua sicurezza.
Indubbiamente sperava di avere successo al botteghino, chi non lo vorrebbe? Ma probabilmente non si sarebbe mai aspettato che il suo film sarebbe diventato non solo un cult del cinema ma che avrebbe influenzato il genere e l’immaginario fantascientifico negli anni a venire, oltre che ad essere il primo tassello un vero e proprio franchise.

Così nell’agosto del 1972 scrive la sceneggiatura di Westworld, quando il produttore Paul Nazarus gli chiese come mai non avesse raccontato quella storia sotto forma di romanzo Crichton rispose che era una storia da vedere e non avrebbe funzionato, in qualche modo quel libro lo avrebbe scritto una ventina di anni più tardi espandendone le tematiche ma si sarebbe chiamato Jurassic Park.

La sceneggiatura venne respinta da tutte le case a cui venne sottoposta, tranne la Metro-Goldwin-Mayer. La produzione non fu delle più semplici tra richieste di modifiche alla sceneggiatura e attori non confermati se non poche ore prima dell’inizio delle riprese, la MGM intendeva realizzare un film a basso budget e infatti non voleva pagare oltre un milione di dollari, in realtà poi alzato di altri 250.000 andato praticamente tutto solo per il cast. Il film però fu un successo, ovviamente si parla di briciole se paragonati ai milioni incassati oggi.

Con Westworld, divenuto in Italia un più diretto Il Mondo dei Robot, Crichton ci trasporta per la prima volta in un parco dei divertimenti dove regna l’immoralità, Delos, venduto come una sorta di paradiso in cui i suoi facoltosi clienti possono dare libero sfogo a fantasie e istinti primordiali senza che vi sia alcuna conseguenza. Delos è diviso in tre settori specifici che riproducono tre particolari periodi storici: Medieval World, Roman World e Western World. Ed è in quest’ultimo che si recano i protagonisti, Peter, alla sua prima visita, e il suo amico John, visitatore assiduo del parco, interpretati rispettivamente da Richard Benjamin e James Brolin (papà di Josh). Dimenticavo, ad “animare” Delos ci sono dei robot, degli androidi così avanzati da essere praticamene identici agli umani, tranne per un dettaglio alle mani.

A Western World viene data la possibilità di vivere in una fedele ricostruzione dell’America di fine 1800 regolata dalle pistole più che dalla legge. I clienti possono infatti partecipare alle famose risse da saloon, ai regolamenti di conti con i duelli, consumare al bordello, essere incarcerati e organizzare evasioni, insomma tutta una serie di cliché dei film western. Ma tutto questo sempre e solo a scapito dei robot, infatti le riproduzioni dei revolver in dotazione ai clienti non possono sparare ad un essere vivente, a loro volta i robot non possono in alcun modo fare del male ai clienti del parco, per certi versi è come se Westworld avesse anticipato i tempi dei videogiochi, è un enorme gioco di ruolo dove oggi puoi essere lo sceriffo e domani un fuorilegge e magari “uccidere” lo stesso personaggio più volte nei vari giorni di permanenza, un po’ come capita a Peter che “uccide” in due occasioni il Pistolero che ha il volto glaciale di Tyl Brynner, in omaggio al suo personaggio nel film I Magnifici Sette del 1960, solo che il giocatore non può mai perdere. Il tutto sotto la costante supervisione di una sala di controllo gestita da umani.

Ma cosa accadrebbe se le macchine decidessero di ribellarsi?
Crichton da buon critico nei confronti di una scienza senza freni e immorale, immagina un errore nel sistema di questi sofisticati robot che si replica come un virus facendo di Westworld una delle prime opere di fantasia a far riferimento ad un virus informatico. All’inizio sono piccoli episodi ma i programmatori si dimostrano subito in difficoltà, l’errore si replica da solo, i robot spesso sono stati realizzati da altri robot, pare chiaro sin da subito che la cosa è oltre le loro capacità, e da piccoli incidenti presto si passa all’irreparabile, i robot vanno fuori controllo. In realtà è sbagliato dire che sono fuori controllo, sono incontrollabili da parte dei loro creatori ma in fondo non fanno altro che continuare a seguire ciò per cui sono stati programmati ma senza vincoli che li frenino, per la prima volta sono fautori del loro stesso destino.

Nel caso di un Pistolero spietato cercare vendetta è la cosa più naturale. Il Pistolero di Brynner è il prototipo perfetto per il più noto Terminator, inespressivo, freddo, una macchina per uccidere spietata e inarrestabile, protagonista assoluto della seconda parte del film, non a caso almeno un paio di sequenze sono state in seguito riprese pari pari da James Cameron nei suoi film, con cui condivide anche le tematiche. Come scopre ben presto Peter, costretto alla fuga per tutto il parco in una sequenza di eventi che per certi versi vira verso l’horror, specialmente quando il Pistolero inizia a rivelare il suo vero aspetto robotico.

Al di là della sua indubbia importanza e del suo status di cult Il mondo dei robot mostra anche tutti i limiti del suo basso budget da una parte, una volta che i robot vanno fuori controllo, senza troppe spiegazioni in realtà, pare che il resto della clientela del parco sparisca letteralmente nel nulla o che si riduca ad una manciata, e di un poco approfondimento della tematica della ribellione dei robot dall’altra che rimane solo accennata, o comunque affrontata solo dal punto di vista dell’uomo terrorizzato di fronte alla sua creatura che sfugge dal suo controllo, o forse semplicemente nelle intenzioni di Crichton Westworld voleva essere solo una critica e sfiducia nei confronti della società americana ma la svolta horror e l’implacabilità del Pistolero, probabilmente l’elemento più iconico e ricordato del film stesso, bastano a mantenere alta l’attenzione in un connubio perfetto di intrattenimento e tensione.

Classificazione: 4 su 5.
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10 risposte a "Il Mondo dei Robot di Michael Crichton (1973)"

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  1. Questo l’ho visto negli anni ’80 non sapendo minimamente nulla della trama (all’epoca accadeva spesso :D) e ovviamente mi ha colpito molto positivamente. Non ti dico il salto sulla sedia quando il buon Brinner rimane privo di volto!

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  2. Per tantissimi anni e per ogni passaggio televisivo, questo è stato uno dei miei film preferiti in assoluto: nel mio immaginario sono in particolare scolpite in mente le immagini dei corridoi e delle stanze dove avveniva la revisione dei robot, così bianche e asettiche (presenti con quell’inquietante senso di fredda igiene ed ordine che hanno tutti i laboratori al cinema, compreso il pregiato “Coma Profondo” sempre di Crichton ed anch’esso antesignano di tanto cinema di genere), luogo fisico e psicologico dove avviene anche la trasformazione.
    Devo moltissimo a questo film e sono grato a Jonathan Nolan per aver recuperato nella sua versione televisiva alcuni degli aspetti visivi più iconici del film originale, compreso il character del pistolero, che nella transizione con la modernità non è più robot (anche se con la quarta stagione tutto cambia), in una versione che arricchisce di spessore narrativo la semplicità bidimensionale dell soggetto cinematografico (come anche da te riscontrato).
    Rivisto anni fa, proprio in occasione della messa in onda italiana di Westworld Serie Tv, il film di Crichton mi ha purtroppo, però, mostrato tutta la pesantezza sintattica e linguistica di un film figlio dei primi anni 70 (con quell’indugiare nell’uso dello zoom, delle scene di dialogo senza musica, della retorica di alcuni passaggi dal gusto troppo retrò, etc.) e soprattutto la lentezza di molte scene senza alcuna verve né narrativa né stilistica ma solo noiose (come tutti i segmenti ambientati nel Medieval World).
    Restano tutte le sequenze sopra citate del dietro le quinte dei parchi a tema (impeccabili) e soprattutto il character del Pistolero, fantastico ancora oggi, con uno Yul Brenner che è cowboy senza anima (quindi quasi la versione “Alien” di quello proposto da Clint Eastwood nei film western crepuscolari) e soprattutto la tua felicissima intuizione (da applauso) di leggerlo come un Terminator ante-litteram.
    Ancora complimenti per le tue osservazioni.

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    1. Il film purtroppo non riesce a nascondere la sua età e l’inesperienza di Crichton dietro alla camera, resta una grandissima idea di base ed è sempre un piacere riconoscere ispirazioni e modelli per film più moderni o comunque successivi, dopotutto Terminator ha la sua bella età pure lui ormai.
      Ti devo confessare una cosa però, non seguo la serie tv, ho provato a guardarla ma non mi ha conquistato e così l’ho accantonata. Magari un giorno quando sarà conclusa gli darò una seconda opportunità.

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      1. Il discorso sulla serie televisiva è molto complesso, giacché si tratta di un prodotto molto personale e con una struttura narrativa anomala e per questo dagli esiti altalenanti: la maggior parte delle persone trovano davvero bella (se non addirittura straordinaria) solo la prima stagione, incasinata la seconda è troppo semplice la terza e purtroppo questo genera una certa ritrosia di giudizio che impedisce ai più di godere dello svolgimento della storia, che invece prosegue dal primo episodio al più recente seguendo in modo coerente l’evoluzione comportamentale degli androidi (passando da una situazione simile al presupposto iniziale del film di Crichton fino a qualcosa di completamente diverso).
        C’è tanta filosofia e voglia di raccontare che spesso i vari sceneggiatori (si nota molto, direi troppo, la diversa mano dietro gli script e questo malgrado i due showrunner siano sempre gli stessi) si incartano in episodi quasi ermetici da comprendere (specie nella seconda) o al contrario banali (come la prima metà della terza), ma ogni volta, arrivati alla fine di ogni stagione, se ci si gira indietro e si osserva il cammino fin lì fatto dalla narrazione, ci si spaventa per la bellezza del disegno che è stato tracciato e tante cose incomprensibili prima (fastidiosamente tali) si aprono come scrigni del tesoro.
        Insomma, tantissimi difetti nello scorrimento e nella frazione, ma anche una storia complessiva che attraversa tutte e quattro le stagioni con una potenza ed uno spessore raro da trovare altrove.
        Consigliata, quindi?
        Non saprei, forse no, perché ci si può innamorare di essa o restarne profondamente delusi: tutto dipende da quanto si è disposti a perdonare le asperità (della prima e della seconda) e qualche banalità (il villain della terza) per seguire la storia: di certo alcuni personaggi resteranno nella storia per la loro bellezza e nulla, ma davvero nulla, è lasciato al caso, anche quando sembra che possa essere così.
        Buona notte.

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  3. Un tormentone della mia infanzia: ero piccolissimo quando l’ho visto in TV e Yul senza faccia, nel finale, m’ha fatto saltare due metri sulla sedia!!! Altro che jumpscare!
    Voglio un gran bene a questo piccolo capolavoro, che davvero Cameron doveva conoscere bene al momento di scrivere di un robot inarrestabile che cammina, cammina, cammina e ti ritroverà sempre.

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    1. La leggenda narra di un sogno di un febbricitante Cameron fatto qui in Italia mentre girava Pirana Paura in cui era inseguito da un robot assassino inarrestabile, in seguito influenzato dal Michael Myers di Carpenter ha creato Terminator. Eppure ci sono troppo similitudini, in particolare nel finale quando le macchine iniziano a rivelare il proprio volto o quando il Pistolero inizia a correre verso la sua preda come il T-1000 di Terminator 2, non possono essere coincidenze.

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      1. Le “somiglianze” del film “Terminator” con precedenti opere (film, telefilm, fumetti, racconti) sono così tante che Jimmy non poteva che ricorrere al trucco più vecchio del mondo: “l’ho sognato” 😀
        Curiosamente nello stesso identico momento chiedevano a Wes Craven come avesse avuto l’idea di “Nightmare” e fra le sue tante dichiarazioni, una diversa per ogni giornalista, c’è anche “l’ho sognato” 😛

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