Lo chiamavano Jeeg Robot – Minirecensione

lo-chiamavano-jeeg-robotC’è voluto un anno ma alla fine siamo riusciti a vederlo sto tanto acclamato Lo chiamavano Jeeg Robot, il film di supereroi tutto italiano di Gabriele Mainetti che ai David di Donatello si è portato a casa ben sette premi. Francamente non avendo visto gli altri film in gara non so se se li sia meritati tutti ma indubbiamente ci troviamo davanti ad un gran bel film, come non se ne vedono in Italia, e di fronte a delle gran belle interpretazioni dai tre protagonisti principali della storia.

Lo chiamavano Jeeg Robot in fondo ha una trama piuttosto semplice che non nasconde chissà quale significato profondo e non aspira ad averne (e su questo si potrebbe aprire una parentesi su praticamente tutti quelli che adorano sto film e pretendono chissà che significato dai cinecomics americani, ma facciam finta di niente), puntando tanto sulle emozioni, sul PROVARE emozioni, come Enzo, come Alessia e pure come lo Zingaro. Ma anche su una trama forse non esattamente originale ma con una propria identità. Il cinema italiano di oggi, lo sappiamo un po’ tutti, lo si può dividere in 1) cinepanettoni e simili, 2) drammoni da tagliarsi le vene e ovviamente 3) film su mafia e criminalità. E a guardar bene il film di Mainetti non si allontana poi molto da quest’ultimo genere, genere che però a naso e da profano (non me ne vogliate ma i film italiani sulla mafia non mi ispirano per nulla) mi è sempre parso più puntato sulla denuncia che non sul puro intrattenimento, proponendo il classico schema dei buoni contro i cattivi, non sia mai che il pubblico possa provare simpatia, se non addirittura empatia per un mafioso, come invece accade per classici tipo Il Padrino (non so se il serial tv di Gomorra stia un po’ cambiando il trend). Come dicevo prima alla fine Lo chiamavano Jeeg Robot è un gangster movie italiano, con tanto di bande di borgata e camorristi, proposto in una veste inedita per il nostro cinema, ovvero quello dei supereroi, anche se forse il termine supereroe è fin esagerato, dove possiamo provare simpatia (parola che va presa con le pinze per i perbenisti) persino per un vero bastardo cattivo fino al midollo come lo Zingaro, in fondo è solo narrativa no?

Fabio detto Zingaro, interpretato magistralmente da Luca Marinelli, è forse il personaggio più riuscito di questo film, un piccolo boss criminale ossessionato da manie di grandezza e di fama (e dalla pulizia) tanto da aver partecipato a Buona Domenica nelle vesti di cantante, e questa per me è una chicca di italianità (il Grande Fratello è fin troppo internazionale) disposto a tutto pur di allargare il proprio giro e diventare qualcuno. E poi diciamolo, Lo Zingaro è più Joker del Joker di Suicide Squad.

Claudio Santamaria è Enzo Ceccotti, il protagonista principale, un delinquente che campa di furtarelli e che passa le giornate guardando film porno e mangiando budini, che come nei classici fumetti di supereroi finisce con l’ottenere dei superpoteri e si sa da un grande potere derivano grandi responsabilità e così un po’ sballottato qua e là, un po’ per caso si ritroverà a vestire i riluttanti panni dell’eroe, beh più o meno e a modo suo. Il personaggio nonostante sia di poche parole riesce ad essere lo stesso ottimo, anzi credibile.

E poi c’è lei, Alessia, interpretata da Ilenia Pastorelli, una ragazza con problemi psichici da quando le è morta la madre, figlia di un “collega” di Enzo, ossessionata dall’anime Jeeg Robot tanto dall’essere per lei un modo per fuggire dalla realtà, dallo schifo in cui è costretta a vivere praticamente da sempre. Ed è impossibile non provare tenerezza per il suo personaggio, come dimostrato proprio da Enzo, privo di emozioni ed interesse per chiunque fino all’incontro con lei.

Insomma ci troviamo di fronte a tre ottimi personaggi, con delle altrettanto ottime interpretazioni,  in una storia che l’ho già detto non è esattamente originalissima ma con una sua identità, il che a modo suo significa proprio essere originale, consapevole di non poter competere con i blockbuster americani, evitando così di scimmiottarli, in un film che può essere visto come un gangster movie all’italiana con elementi tipici dei supereroi, o come un film di supereroi con elementi tipici dei gangster movie.
Lo chiamavano Jeeg Robot è la dimostrazione che il  cinema italiano può anche offrire altro senza perdere la propria identità, il primo segnale che qualcosa sta cambiando.

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2 thoughts on “Lo chiamavano Jeeg Robot – Minirecensione

  1. Film magnifico!
    Ci sono entrato in fissa dopo averlo visto al cinema e me ne sono innamorato quando l’ho rivisto in blu-ray [per due volte XD].

    Il paragone con i cinefumetti americani lasciano il tempo che trovano [anche solo per via del budget usato, con i soldi spesi per Jeeg Robot ci paghi forse il parrucchiere di Robert Downey Jr] ma se proprio dobbiamo farne un’analisi il modo in cui il film di Mainetti si lega a Tor Bella e alla cultura romana/italiana [anche influenzate, come ovviamente i cartoni animati giapponesi] è unica, almeno per quanto ne so io. E questo è un tocco tipico del regista, quello di fondere realtà e cultura pop [ti consiglio, se non li hai visti, i suoi due corti più famosi: “Basette” e “Tiger boy” che trovi forse sul tubo ma di sicuro su vimeo].

    La storia parte in modo molto banale, o “classico” a voler essere buoni, ma si sviluppa in modo molto diverso dai classici cinecomics, ma come hai detto il punto forte sono il tris di protagonisti, lo Zingaro in primis, il personaggio su cui Mainetti a rivolto tutto il coraggio e la voglia di innovazione verso un tipo di cinema che qui in Italia non siamo mai stati pronti a fare. Almeno fin’ora!
    Ma quanto cazzo è bello quando canta al karaoke? Quanto cazzo era difficile decidere di inserire una scena del genere in un film italiano [che cinepanettoni a parte, sono tutti molto altezzosi e pretenziosi] ed interpretarla con la massima serietà [non seriosità] e fiducia possibile?

    Ho stra adorato questo film, una grandissima perla che spero possa aprire le porte ad un certo cinema di genere che magari si accetta dei compromessi con lo stile hollywoodiano, ma che almeno si lascia alle spalle il triangolo panettoni/mafia/cinema d’autore.

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